La nostra associazione ha accompagnato un gruppo di bambini palestinesi in visita a un museo, con il desiderio di offrire loro una giornata diversa: un tempo di respiro, di cultura, di distrazione. Un’occasione per sottrarli, anche solo per qualche ora, al peso di un vissuto che non dovrebbe appartenere all’infanzia. L’idea era quella di creare uno spazio altro, in cui la bellezza e la conoscenza potessero aprire uno spiraglio, una possibilità di leggerezza.
Durante il percorso espositivo, ci siamo imbattuti con l’opera Madonna scheletrita (2008) di Bertozzi & Casoni, una grande installazione in ceramica policroma e argento. A prima vista, sembrava un’opera che offrisse una prospettiva sulla condizione umana sotto la minaccia e l’effetto dell’inquinamento e della violenza ambientale prodotta dall’uomo. Secondo le interpretazioni critiche e curatoriali, l’opera si inserisce nella riflessione degli artisti sulla caducità dell’esistenza, sulla trasformazione delle immagini e sulla fragilità della condizione umana, rielaborando il tema della vanitas attraverso una figura sacra privata della sua vitalità. È un lavoro che non offre un significato unico, ma apre a più livelli di lettura, lasciando allo spettatore la libertà — e la responsabilità — di confrontarsi con ciò che vede.
Ed è stato proprio in quel momento che è accaduto qualcosa di inatteso. I bambini hanno iniziato a parlare spontaneamente. Nessuno di noi si aspettava commenti, tantomeno racconti. Pensavamo che l’opera sarebbe stata osservata in silenzio, forse con curiosità, forse con distanza, cosi come già verificatosi per le opere incontrate in precedenza. Invece, davanti a quella installazione, le parole sono affiorate una dopo l’altra, con naturalezza. Noi accompagnatori ci siamo fermati ad ascoltare, allibiti: colpiti dalla precisione dei racconti, dalla spontaneità con cui venivano condivisi e, probabilmente, da una profonda esigenza di raccontare il proprio vissuto, finalmente a qualcuno disposto ad ascoltare.
Per i bambini palestinesi, l’opera non è rimasta sul piano della riflessione simbolica. Davanti a quella massa di forme, all’idea di un corpo svuotato, consumato, immerso in un contesto di accumulo e disfacimento, si è attivato qualcosa di immediato e dolorosamente reale. Non hanno parlato di arte; hanno iniziato a parlare della loro vita.
Hanno raccontato di Gaza. Di un paesaggio fatto di cumuli di terra e macerie, dove rifiuti e resti si mescolano agli oggetti della quotidianità distrutta: piatti, bicchieri e pentole resi inutilizzabili; abiti, cassette per gli ortaggi, copertoni, ossa, carcasse di animali. Raccontano che, pur arrivando aiuti e cibo nella Striscia, questi vengono spesso nascosti o sotterrati, mescolati alla terra e talvolta bruciati, fino a diventare irrecuperabili, rendendo inservibile anche ciò che potrebbe garantire, non una vita serena, ma addirittura la sopravvivenza.
Pur di riuscire a mangiare qualcosa, i bambini si avvicinano a questi cumuli e scavano. Lo fanno di nascosto, talvolta di notte, per non essere visti, con la speranza di trovare qualcosa da portare a casa. Raccontano questa pratica con una naturalezza disarmante, come se fosse un gesto normale, parte della loro crescita. E invece è il segno più evidente di una gioventù rovinata, costretta troppo presto a confrontarsi con la fame, la paura e l’umiliazione.
Ciò che colpisce profondamente è che questi racconti arrivano da bambini. Bambini che, invece di parlare di giochi, di desideri o di sogni, leggono il mondo — e persino l’arte — attraverso ciò che hanno subito. Di fronte all’opera, non riescono a vedere altro se non il riflesso della loro esperienza: la distruzione, la privazione, la perdita. L’arte, che per molti è uno spazio di distanza e di astrazione, per loro diventa uno specchio dolorosamente reale.
Questi bambini portano già dentro di sé segni che non scompariranno con facilità. Le esperienze che raccontano non sono episodi isolati, ma una quotidianità che ha inciso sulle loro menti e sui loro corpi. Sono traumi che li accompagneranno nel tempo, che influenzeranno il modo in cui guarderanno il mondo, le persone, il futuro. Anche lontani dai luoghi della distruzione, questi vissuti continueranno a vivere in loro, riaffiorando davanti a un’immagine, a un odore, a un’opera d’arte.
Questa visita al museo ci ha insegnato che non basta offrire un contesto culturale per cancellare il dolore. Ci ha anche mostrato quanto sia importante ascoltare. Ascoltare senza difese, senza tentare di normalizzare ciò che non è normale. L’arte, in quel giorno, non ha guarito, ma ha dato voce a una sofferenza che spesso resta invisibile.
Per questo, raccontare questa esperienza significa rivolgere un invito a chi legge: a non essere indifferente. A non considerare queste storie come lontane, astratte, inevitabili. Dietro ogni bambino ci sono vite spezzate, memorie che chiedono riconoscimento, una gioventù che merita di essere vista, ascoltata e protetta. L’ascolto, invece, è il primo passo verso la responsabilità; l’indifferenza è una forma di complicità silenziosa.